Il metodo Abramovic

Ho incontrato Marina Abramovic partecipando alla sua performance il giorno precedente la mia operazione, per la quale mi stavo preparando da molto tempo. Parteciparvi per me è stato estremamente importante. Emozionata, la notte prima non ho chiuso occhio. Mentre mi avviavo verso il PAC di Milano (luogo in cui si è svolto tutto) dicevo a me stessa: “Domani ti fai operare e oggi partecipi a questo evento”. Successivamente ho pensato: “E se l’evento fosse domani e oggi l’operazione”? La notte insonne porta anche a questi stati confusionali.

L’arrivo di Marina è stato accompagnato da un fotografo e da un timido applauso da parte del pubblico in sala. Sguardo magnetico, un vestito nero, la treccia lunga, hanno subito catturato l’attenzione dei presenti. Di tutti i presenti soltanto 21 persone hanno partecipato attivamente mentre le altre si sono limitate a guardare. Ci è stato chiesto di posare negli armadietti i nostri oggetti personali quali orologi, telefonini ecc. e di indossare una tuta bianca. Ha esordito ponendo l’attenzione sul ritmo frenetico che spesso caratterizza le nostre esistenze e sul fatto che sin dall’infanzia ci è stato inculcato il concetto che il fare niente è un “peccato”. Non curarsi del tempo che scorre, dello spazio intorno, essere soli con se stessi, sentire quello che accade dentro di noi erano i temi principali di questo, chiamiamolo così, laboratorio interattivo. Le cuffie che ci hanno dato erano un isolante dall’ambiente circostante, mentre i metalli e i cristalli servivano per una “pulizia” prima e per un ricarico energetico dopo.

Prima di dedicarci completamente all’ascolto di noi stessi ci siamo dedicati ad alcuni, semplici esercizi fisici i quali consistevano nel fare degli allungamenti seguiti dallo strofinamento dei palmi delle mani con i quali abbiamo successivamente toccato il viso e la testa. Si tratta di una pratica comune che solitamente precede le pratiche meditative, viene anche chiamata “saponetta energetica” e serve per migliorare lo scorrere dell’energia durante la pratica. Abbiamo proseguito toccandoci le orecchie, scuotendo le braccia e le gambe per poi venire suddivisi in tre gruppi e seguendo gli assistenti ci siamo accomodati nelle nostre postazioni. Le tre posizioni principali dell’uomo sono: stare in piedi, essere sdraiati ed essere seduti. Per lo stare in piedi, Marina ha preparato una cornice tridimensionale di bronzo che rappresentava il mio primo compito. Quasi dimenticavo, per tutta la durata della pratica, nella galleria, si udiva un suono, simile ad un battito cardiaco.

Quando sono entrata nella cornice tridimensionale, ho guardato il pubblico ma presto mi sono resa conto che non era una visione interessante e ho proseguito con gli occhi chiusi. Nelle cuffie sentivo fortemente il battito del cuore che cambiava ritmo, intensità e spazio. Ad un certo punto il suono esterno si è fuso con il mio e il ritmo del mio cuore si è stabilizzato. Sudavo e seguivo i miei pensieri che nascevano, scorrevano e sparivano. Percepivo la mia mortalità, il tempo che non è infinito e neanche reversibile ma allo stesso tempo sentivo un senso di eternità. Ho dubitato dei miei pensieri contraddittori, i palmi della mano erano freddi e allo stesso tempo sudati.

Dallo stare in piedi sono passata allo stare sdraiata. Mi sono sdraiata su un tavolo di legno sotto il quale era posizionato un enorme minerale nero. Sapevo che qualcosa sarebbe accaduto, non sapevo cosa. Sono rimasta in attesa. Dal plesso solare ho percepito delle onde che si muovevano verso le dita della mano e dei piedi. Una sensazione seppure breve, piacevole, in seguito alla quale ho percepito un leggero senso di nausea nel punto dal quale poco prima “partivano” le onde.
La conoscenza della filosofia orientale e una lunga esperienza di energia, grazie a okido yoga mi ha portato a pensare che quello che stava accadendo non era altro che una purificazione energetica del mio corpo che stava eliminando la negatività accumulata e si stava liberando.

Appena mi sono seduta sulla sedia e appoggiato la testa sul minerale di colore turchese ho visto un sorriso dentro di me, ero felice e avevo la sensazione che dentro di me entrava qualcosa che mi riempiva e mi rendeva felice. La felicità si stava lentamente placando e il senso di pace si impadroniva di me, una sensazione di eternità, mia e di ciò che mi circondava. Sentivo che quel pensiero era una verità assoluta.

Non potevo raccontare tutte queste eccitanti sensazioni nel breve tempo che ci hanno concesso dopo la pratica (ci è stato chiesto di fare una sintesi della nostra esperienza). Scrivo questo racconto dal mio letto d’ospedale. L’operazione che ho subito ieri è stata un’altra esperienza intensa, con un ottimo esito. Ho dormito molto bene sia la notte prima dell’intervento che quella successiva, a differenza della notte insonne che ha preceduto il metodo Abramovic. Credo che tutto ciò che ho vissuto grazie alla fenomenale artista serba abbia influenzato positivamente la mia permanenza ospedaliera. Inconsciamente ho applicato la lezione di A. Jodorowsky (la quale biografia sto ancora leggendo): ho giocato con la realtà e ho sostituito i due avvenimenti. Una sorta di psicomagia, del resto è stato proprio Jodorowsky colui che l’ha creata.

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